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Cenni storici
(di Giampiero Bielli)
Intorno all’anno 1000, dopo che san Romualdo nel 986 fondò il monastero della “Cella San Johannes inter Ambas Paras”, non distante dalla Cella, ai margini della foresta, ma sempre nei possedimenti del Monastero ad una quota più bassa, dove le abbondanti nevicate invernali erano più mitigate, si insediò il primo nucleo abitato di Capanne.
Erano tagliaboschi e segantini che prestavano la loro opera nella segheria ad acqua dei Monaci, impiantata per la lavorazione del legname che si ricavava da un’estesa abetaia.
E la “capanna” di legno che avevano per dimora è il toponimo di “Capanne”.
A poco a poco, con la crescente attività del Monastero della Cella, si ebbe un’espansione demografica, si costruirono abitazioni in pietra attorno alla Cappella (Oratorio di San Rocco) eretta dai Monaci, nacquero delle specializzazioni nelle attività a supporto del primario come falegnami, muratori, calzolai. Tutto faceva capo al Priore del Monastero della Cella il quale però doveva sottostare al Priore di Camaldoli anche se compreso nella diocesi di Sarsina.
Nel terre limitrofe spadroneggiavano i nobili Faggiuolani, tra cui degno di nota è Uguccione della Faggiola (1250-1319).
L’anno 1404 Jacopo Salviati conquisterà per la Repubblica Fiorentina questo territorio e sarà costituita la Podesteria di Verghereto, attuale comune.
Nel periodo dal 1000 al 1500 in queste zone, povere ma strategicamente importanti, si svolsero lotte e contese sanguinose per il possesso dei vari feudi, sorti per concessioni pontificie, imperiali e della Repubblica Fiorentina.
Con la signoria dei Medici e degli Asburgo-Lorena nel Granducato di Toscana vennero messi a tacere i vari feudatari, ma presero campo le rivalità tra i vari comunelli, balìe, leghe e gli odi municipali raggiunsero il culmine. Ad accrescere questo stato di disagio nella popolazione, sopraggiunsero gravi calamità: le inondazioni e frane del 1634 che cambiarono la fisionomia del territorio; le epidemie di tifo degli anni 1554, 1622, 1732.
Con il decreto di Pietro Leopoldo I Granduca di toscana del 1774 che aboliva i comunelli e le balìe, le contese in parte si fermarono e la popolazione potette godere di meno sofferenze. Furono definiti meglio i confini tra Stato pontificio e Granducato ponendo dei termini in pietra tuttora esistenti. Il percorso tortuoso della via Capanne-Balze faceva sì che le merci dovessero essere assoggettate al pagamento della dogana allo stato Pontificio; questo fu risolto nel 1835 dal Granduca Leopoldo II, il quale visitando l’eremo di Sant’Alberico, la Cella e le Vene del Tevere ed accogliendo la richiesta degli abitanti della zona, fece costruire la via delle scalette, nel territorio granducale, migliorando in tal modo il collegamento Capanne-Balze-Sansepolcro.
Nel 1860 arrivò l’unità d’Italia e la zona di Capanne rimase unita alla provincia di Firenze fino al 1923, quando sotto il governo di Mussolini, passò alla provincia di Forlì nella regione Emilia Romagna.
Complessi e molteplici fenomeni di tipo sociale ed economico hanno fatto sì che nel corso dei secoli queste zone montane si siano andate spopolando, non tanto per la mancanza di attaccamento di questa gente per la loro terra, ma per la mancanza di serie alternative che potessero trattenere sui monti una popolazione soggetta ad una economia povera e ad un tenore di vita non troppo confortevole.
Ai giorni nostri, un’alternativa per fermare questo spopolamento o addirittura per invertirne la tendenza, ci sarebbe, anzi già esiste, è il turismo poiché questi luoghi sono incantevoli ed ancora incontaminati.
Bibliografia: Maria Grazia Mastroianni “CAPANNA Un villaggio dell’Appennino tosco-romagnolo dall’anno 1000 ai giorni nostri “ |
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